VIVRE FRANCOPROVENSAL
Spirit fouleut e soursie di Barbamarc è il titolo di una raccolta di leggende tramandate oralmente,
si parla di masche di streghe, del diavolo. Le leggende sono sempre collegate alla vita del paese,
e possiamo constastare che ai giorni nostri i suoi usi e costumi non sono variati più di tanto.
La comunità Giaglionese è sempe stata oggetto di studio date le sue particolarità,
una ricerca del professor Luigi Bravo negli anni 70 giustificava l'attaccamento alla tradizione Giaglionese
anche per l'isolamento culturale della comunità, la stessa ricerca condotta dalla professoressa Mara
Teresa Francese nel 2005 ha registrato un attaccamento alla tradizione ancora maggiore.
Gli attori della varie cerimonie e feste annuali, ora sono diplomati, laureati ma la tradizione prosegue nella
vita comunitaria uguale nel tempo.
Con la leggenda di"Li tsaseu dou Grimoun" viviamo la descrizione di una festa antica ripetuta sempre uguale,
forse adesso ne è aumentata la consapevolezza, ma la festa si ripete e svolge nello stesso modo.
A fronte di un'intervista negli anni 70, uno spadonaro già anziano. Alla domanda - Perché lei balla?
Rispondeva - io ballo perché lo faceva mio padre, lo faceva mio nonno! Balo per quei balave moun nono, moun
pare!
Gli spadonari danzano tutt'ora.
Questo è il collante di una comunità, è la comunicazione che questa comunità
ha verso l'esterno. Queste sono radici molto forti che fanno della diversità un mezzo di comunicazione
e di unione.
Il paese di Giaglione non ha un gruppo folkloristico ma la tradizione è parte integrante della vita
comunitaria quotidiana.
L'abito tradizionale Giaglionese è di foggia savoiarda, come tutti quelli dell'area francoprovenzale della
Valsusa. La cuffia è costituita da un berretto di tela rigida, ricoperto di seta o di velluto,
nero marrone unito od operato. La cuffia è abbellita da un fiocco semipiatto, cucito in basso
sulla nuca che si accompagna con due nastri dello stesso colore, fissati all'altezza delle orecchie che
si legano ai lati del mento con un fiocco. Sul davanti la visiera di pizzo nero.
Il vestito lungo fino ai piedi, in lana, in seta, o lana seta, è composto da un corsaletto cucito
alla gonna, le maniche sono di tipo gigot, una ricca passamaneria, di velluto o di pizzo ornata a volte
di perline ne abbellisce il tutto.
La gonna è piatta sul davanti e un cuscinetto di forma allungata, cucito all'interno, all'altezza
del girovita, le permette di svasarsi in mille pieghe. Il grembiule copre tutta la larghezza della gonna,
in seta liscio od operato.
Lo scialle è la nota di colore su cui si armonizzano le varie tonalità dei nastri e fiocco
della cuffia, è un quadrato di circa 120 cm. Lateralmente frangiato con ricami eseguiti, si indossa
piegato a triangolo, sulle spalle con delle pieghe precise, le punte sono raccolte sul davanti, sotto la
cintura del costume.
La"roba savoiarda"è il vestito indossato dalle priore, ed ogni famiglia ne possiede uno, il
ruolo della priora è ricoperto annualmente da sei donne della stessa borgata, elette dal
parroco in occasione della festa della Madonna del Rosario, a rotazione tra le borgate che compongono
il paese da quella più bassa ( vista la conformazione altimetrica) alla più alta.
Esse sono organizzate per coppie di età , e non è improprio paragonare la suddivisione
in coppie al ciclo della natura e rivedere i residui di credenze precristiane. Le priore si dividono
in tre coppie: due nubili di Santa Caterina, due giovani donne sposate del Sacro cuore, due donne
mature di cui la più anziana è la priora di San Vincenzo, l'altra della Madonna del
Rosario.
Ognuna di esse si fa carico della festa che la tradizione gli assegna, l'onere della messa,
l'addobbo della chiesa, ed il rinfresco alle autorità, spadonari e banda musicale.
La ritualità di queste feste è pressoché identica ma molto complessa. Al
mattino un raduno informale raggiunge la casa della priora festeggiata, da qui parte un corteo per
raggiungere la chiesa, l'ordine dell'incedere è rigoroso aprono i quattro Spadonari, se presenti
(danzano solo alla festa patronale, 22 gennaio, ottava e madonna del Rosario, 7 ottobre) seguiti dalla banda
musicale il Bran, le priore, le autorità ( le autorità solo per la festa patronale ).
Anche per le sei priore l'ordine di sfilata segue una gerarchia. Sul sagrato della chiesa dopo la funzione
religiosa presenziano alla danza degli spadonari e qui si riforma il corteo per il ritorno alla casa della
priora festeggiata.
La danza delle spade
Gli spadonari sono quattro uomini che accompagnati dalla banda musicale eseguono un prestabilito numero
di figure e movimenti coreografici, vestono un costume composto di un corpetto ed un corto grembiule
di foggia massonica, interamente ricamati e da un copricapo fiorito e guarnito con nastri multicolori
che ricadono sulla schiena.
Eseguono le figure di una danza antichissima brandendo uno spadone e la lentezza e la teatralità
dei gesti ci dimostra chiaramente la sua origine arcaica come lo dimostra anche il fatto che le movenze
dei danzatori sono slegate dal suono della banda musicale.
Le origini degli Spadonari si perdono nella notte di tempi, sicuro è che hanno acquisito qualcosa
da ogni periodo storico attraversato, alcuni studiosi vedono l'origine della danza nell'eccitazione alla
battaglia degli antichi celti, gesti ripetuti all'ossessione al rullare dei tamburi, poi gli addobbi
floreali e multicolori ci riportano ai riti delle propiziazioni e fertilità della natura, i gesti
alla fecondazione del terreno all'inizio del ciclo produttivo, alle antiche feste del calendimaggio.
Anche per il bran, albero fiorito, un'intelaiatura di legno alta due metri con base lignea piatta e
rotonda, totalmente coperta di fiori, frutti, nastri colorati e portato con maestria in bilico sulla
testa da una ragazza in costume l'usanza ci riporta ai riti della fertilità.
Il francoprovenzale è un insieme di dialetti galloromanzi dei dintorni di Lione, Savoia, Svizzera francese,
Valle d'Aosta e di una piccola porzione del Piemonte: area che non ha mai avuto una duratura unione politica.
Per quanto riguarda le montagne olimpiche, il francoprovenzale è utilizzato in media Valle Susa fino a
Giaglione , Gravere ed in Val Cenischia.
La Gallia Lugdunensis ebbe un periodo troppo breve di libertà culturale per sviluppare una vera
letteratura francoprovenzale; per la maggior parte fu sempre una lingua tramandata oralmente.
I dialetti francoprovenzali sono ancora quotidianamente usati nelle zone degli importanti valichi alpini
e nelle loro valli, quali il piccolo San Bernardo, il Gran San Bernardo, il Moncenisio ed in quelli meno
conosciuti delle valli di Lanzo,Orco e Soana.
La grande importanza del valico del Moncenisio in epoca Carolingia rafforza la realtà della lingua
tra Savoia e Piemonte.
La storia dei nostri antenati è viva dentro di noi ed è parte di noi stessi se parliamo la
nostra lingua, è un modo di vivere, di esprimere emozioni e sentimenti, di pensare, di relazionare.
E' l'orgoglio della propria identità culturale. E' continuare ad esistere.
Il lavoro dei centri di documentazione, ormai sparsi sul territorio, è importantissimo; non per
guardare con nostalgia alla memoria orale ed al passato ma per farne tesoro e dirigersi al futuro.
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